Cataldino. Il blog.

Perchè anche io, una volta, sono stato basso.

Dodici.

Ha ragione Palahniuk.
Si, quello di Fight Club. Ha ragione. “Niente di me è originale. Sono il risultato dello sforzo di tutti quelli che ho conosciuto.”

E ha ragione anche Tiziano Terzani, quando dice che siamo le storie che abbiamo sentito, le favole con cui ci siamo addormentati, i libri che abbiamo letto, la musica che abbiamo ascoltato. Siamo le emozioni di un quadro, una statua. Una poesia che abbiamo letto. E io aggiungo che siamo le lacrime versate, le risate che abbiamo fatto e soprattutto fatto fare. Siamo gli sguardi delle persone che abbiamo guardato fisse fisse negli occhi, senza parlare, di quelle volte che le parole non servono neppure perché è già tutto chiaro. Che ti guardi e capisci, perchè lo sguardo ti arriva al cuore.

Belle, quelle volte.

Siamo i regali avuti a Natale. Gli SMS che abbiamo ricevuto. Le partite di calcio perse da bambini, siamo le litigate al telefono. Siamo le persone che ci mancano. Siamo i nostri successi. Siamo i treni che sono passati, e chissà se torneranno più. Siamo gli abbracci. No, non quelli del Mulino Bianco. Gli abbracci.

Hanno ragione Palahniuk e Terzani. Hanno ragione. Hanno ragione tutta la vita. Non siamo un totem o una statua. Non veniamo su dalla mano di un’artista che incide il marmo. Siamo pezzi unici, si, ma costruiti dal basso. A poco a poco, passo dopo passo e pezzo per pezzo. Una catena di mattoncini, ecco. Una infinita catena di mattoncini. Mattoncini che si incastrano, uno sull’altro. Alcuni si sposano perfettamente sugli altri. Altri meno. Altri per niente. A poco a poco, un mattone per volta, viene su un palazzo. E il palazzo, manco a dirlo, sei tu.

Ci sono casi in cui hai la sensazione di stare tirando su qualcosa di fantastico. Stile Liberty. Pulito, elegante, preciso. Bello. O almeno, che a te piace. All’improvviso poi ti costringono a cambiare lo stile. Sono cambiate le regole, quello vecchio non va più bene. Devi cambiare tutto. Ricomincia dal secondo piano. Ora va di moda il rosa sulle facciate. Non ti piace? Frega un cazzo. Riparti a mettere mattoni e non rompere, stavolta la facciata è rosa. E te la tieni. Fattela piacere.

E ricominci. Mattone, mattone, mattone. Più vai in alto, più la tua persona e la personalità è definita, più diventa difficile arrivare lì in cima e metterne uno nuovo. Più vai in alto e diventa difficile sostituire un mattone con un altro. Per non parlare dei mattoni che sono in basso, quelli che hai messo da tempo, le fondamenta. Non ci pensare neppure a toglierli, crollerebbe tutto. Poi però arrivano i terremoti, e si ricomincia di nuovo.

Siamo palazzi, che cadono e vengono su. E ogni volta che vengono su, vengono su più solidi. Forse migliori. A patto di riuscire a capire cosa si era sbagliato la volta precedente.

Ma se Palahniuk e Terzani hanno ragione a dire che una persona è il frutto delle sue esperienze, ci sarà anche qualcuno che ha torto. Ha torto chi dice che le persone non cambiano. Non è vero, le persone cambiano. Poco, mal volentieri e in condizioni assolutamente straordinarie, ma possono cambiare. Anzi, cambiano. E la cosa che li fa cambiare sono appunto le esperienze. Il vissuto. Un lutto può farti cambiare il tuo punto di vista verso la vita, la morte, la religione. Una delusione d’amore può farti cambiare il punto di vista verso l’altro sesso, verso i valori. E la stessa cosa succede per i successi, gli insuccessi, i cambiamenti. Ogni cosa che ci accade influenza, anche se in modo impercettibile, il nostro io. Ciò che siamo è ciò che viviamo.

Nell’ultimo anno sono cambiato. Le esperienze fatte mi hanno segnato, notevolmente. Nel bene e nel male. Non importa se in meglio o in peggio. Non amo usare gli aggettivi, in generale. Perché lasciano il tempo che trovano. Spesso compriamo delle t-shirt che riteniamo belle, poi all’improvviso non ci piacciono più. Cosa succede? Sono cambiate? No, sono sempre le stesse. Cambia il nostro punto di vista. E vale per tante altre cose. Gli aggettivi sono superflui. Una cosa non nasce ‘bella’ o ‘brutta’. La visione di Kant dell’oggettività del bello e del brutto è una puttanata colossale. E’ la percezione della cosa che la rende tale. E le percezioni sono legate ai cinque sensi, che a loro volta sono collegate al cervello. E siccome il nostro modo di pensare può cambiare, le percezioni possono cambiare e una persona può piacere più o meno di prima. Tutto dipende dal punto di vista di chi ti guarda. 

L’Olanda rimane lì, nel cuore, perché è chiaramente la chiave di lettura di tutto il mio 2011. Ora però siamo nel 2012, e devo capire cosa farmene del mio palazzo. Mi piacerebbe metterci una mansarda, ma non siamo in tempi di condono edilizio. Quando serve, Berlusconi non c’è mai.

Ma la benedetta teoria dei puntini continua a riemergere. Tra corsi e ricorsi, perché guardandomi indietro gli snodi che cambiano le regole del gioco ci sono e continuano ad esserci. I puntini che si uniscono in un disegno ci sono sempre, ci sono mai come questa volta. Così come ci sono i treni che passano, e chissà se ripasseranno. E’ che te ne accorgi solo guardandoti indietro, quando forse è troppo tardi.

Non ho propositi per il 2012. Innanzitutto perché non ricordo quali fossero i miei propositi per il 2011. Troppo complicati, o forse semplicemente banali. Fatto sta che non li ricordo. Quest’anno voglio solo continuare a mettere mattoni. Calce in mano, cappello a barchetta sulla testa, canottiera bianca ad evidenziare il fisico. E basta. Un anno a mettere mattoni. Non voglio cadere nell’idea banale del sedersi e aspettare di vedere quello che capita, senza pretese. Perchè così non succede niente, l’ho sperimentato in prima persona.

No, non posso. Ormai ho capito che le cose bisogna andarsele a prendere. Da seduti si vedono i cadaveri passare, i treni passare, le macchine passare. Le situazioni, passare. Da seduti si vedono le partite di calcio in TV. Da seduti si pranza e si va a messa, se si vuole. Nelle partite di basket quelli seduti sono quelli che stanno in panchina, a guardare gli altri. O gli spettatori. E io non amo fare lo spettatore e amo ancora meno stare in panchina a guardare.

Preferisco stare in campo, sgomitare, rotolare, fare il meglio che posso e poi alla fine alzare lo sguardo verso il tabellone e vedere come è andata. Magari, anzi, probabilmente perderò. Ci sta. Tra un anno, Maya permettendo, saremo qui a raccontarci un’altra storia.

In post così concreto, in cui la chiave è la relazione tra il vissuto e il modo di essere, la chiusura non può essere che dedicata a ciò che ci più astratto esista. I sogni. Ce li ho anch’io, i sogni. Un sacco. Eccome se ce li ho. Riguardano persone, cose, obiettivi. Alcuni sono irreali, altri sono concretizzabili. Altri a metà, non so neanche io cosa siano. Il problema è che avere dei sogni è una grossa responsabilità. La responsabilità di crederci, di portarli avanti, di fare di tutto affinché si realizzino.

E io, purtroppo, responsabilità in questo momento non ne voglio.

Ho già un palazzo da continuare a tirare su.
E visto che all’IKEA io ci vado solo per comprare le polpette e non per i mobili, tutto questo può essere un problema. 

Parto.

Si, parto. Ma non sono incinto. Capisco che arrivato ormai alla soglia dei trent’anni non ci sarebbe da sorprendersi pensando a un mio improvviso desiderio di paternità, ma non è questo il caso. Non diventerò padre, no.

Almeno per i prossimi nove mesi, no. Ma forse anche dopo. Parto, da intendersi come verbo e non come sostantivo. 

Parto perchè tra un po’ di ore sarò su un aereo che mi porterà lontano. A un po’ di chilometri da qui. A parlare un po’ di lingue. A conoscere un po’ di persone. A fare un po’ di cose. A vivere tre mesi probabilmente un po’ diversi. 

Lontano.

Vado lontano, vado ad Eindhoven. O a Deindoven. Non ho ancora capito come si scriva. Alla Philips. O alla Fillips. Non ho ancora capito come si scriva. Ma vado in Olanda. Paesi Bassi. Uno alto nei Paesi Bassi. I paradossi.

Lucidamente mi rendo conto di essere totalmente impreparato verso tutto ciò che mi sta per accadere. Non ho mai lavorato in azienda, non ho mai vissuto da solo, non ho mai vissuto all’estero, non ho mai badato a me stesso. Non ho mai lavato un bagno, avrò fatto partire tre volte una lavatrice e a malapena mi sono fatto il caffè un paio di volte. Mi mancherà l’odore del caffè della mattina, appena mi sveglio. Quello che fa mio padre.

Ma conosco l’inglese, almeno credo. So dire “aiuto” e “casa”.  Un po’ come E.T., che comunque è riuscito a sopravvivere e quindi penso di poter essere ottimista. E lui a differenza mia non aveva neppure i coffee shop.

Quasi tutte quante le persone che conosco vivrebbero questo momento in modo ansioso. Io invece no. Penso a domani e sorrido. Penso a quando uscirò dalla stazione e sarò ad Eindhoven, penso a quando mi guarderò attorno e non avrò  minimamente idea di dove io sia, incapace di realizzare che quello sarà il posto dove trascorrerò i prossimi tre mesi della mia vita. Quel sorriso a metà tra il rincoglionito e l’isterico, quel sorriso a metà tra il “Ma io che ci faccio qui?” e ”Nan z’pot fà sta vit”.

Per i prossimi tre mesi sarò ad Eindhoven. Ma forse anche di più, chi lo sa. Ormai non faccio più programmi. Ormai ho la mia teoria, quella dei puntini, quella che i puntini si uniscono ma si uniscono solo guardandosi indietro, con la fiducia che tutto si unirà in un meraviglioso e perfetto disegno. Prima o poi, si.

Che poi è anche vero, perchè se lo faccio ora mi rendo conto che unendo i puntini dell’ultimo anno riesco a vedere degli snodi fondamentali: persone, situazioni, scene. Momenti. Momenti che poi si sono rivelati essere fondamentali per tutto ciò che è successo dopo. E anche questa volta sarà così. Sono uno stupido ottimista. E ormai non cambio più.

Forse non avevo bisogno di un cambiamento così grosso, in questo momento. O forse si, chi lo sa. Ma è arrivato. In fondo se ho dedicato quasi dieci anni della mia vita all’Università è anche per esperienze di questo tipo.

E allora via. Eindhoven. Partiamo. Bicicletta, cinesi in casa, Philips e cibo fritto. Birra. Lingua nuova. Gente nuova. Amici nuovi, forse. Anche se quelli in realtà non ne avrei davvero bisogno. Parto. Parto perchè alla fine ci ho messo quasi nove mesi a concertare questa sfida. Un parto, appunto. Madrid o Eindhoven, Spagna o Olanda, Philips o Università. Alla fine ho deciso, con un coraggio che ha sorpreso anche me, di prendere la strada più difficile. E chissà che poi non unendo i puntini, sempre loro, la scelta non si riveli giusta.

Parto, ma lascio tanto. Mi mancheranno tante piccole cose che non sto a ricordare. Perchè io sono uno stupido ottimista, uno di quelli che torna a casa sereno anche dopo una serata normale. Uno di quelli a cui basta ridere per dimenticare tutto lo stress della giornata. A cui basta ascoltare le due canzoni per ritagliarsi uno spazio tutto suo. 

Mi mancherà quel pallone arancione e la gomma della Virtus, la pazzesca, ripetitiva orribile, ma irrinunciabile routine coratina. Modì e Barcommercio. Lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, venerdì e sabato da Fusaro. E tante altre cose. Mi mancheranno i piccoli momenti che in questi mesi mi hanno unito ad un po’ di gente. E in fondo, mi mancheranno anche quei meravigliosi rompicoglioni a scuola. Perchè se alla tua ultima lezione riesci persino a farli emozionare semplicemente raccontando ciò che pensi, significa che in fondo gli sei entrato nel cuore e che loro hanno trovato la chiave per capirti. 

E beati loro che l’hanno trovata, perchè io ancora non ce l’ho fatta. Dopo 28 anni ho giusto capito che non posso piacere a tutti e che non posso stare simpatico a tutti. Che comunque la gente di te parla e tu non puoi farci niente, se non farti le spalle ancora più grosse. E andare avanti. Bisogna solo trovare qualcuno che trovi la chiave. Ma ho capito però che anche se a 28 anni non si può più cambiare, tante cose possono essere un po’ limate. Migliorate, ecco. Certo, questi tre mesi non mi cambieranno, ma probabilmente mi faranno crescere.

In meglio. In peggio, Non lo so. I puntini, sempre loro. Li uniremo e vedremo. E’ un percorso. Sorridendo, con fiducia.

Non so se vi mancherò. Forse si, forse no. Domani probabilmente le persone più importanti ritaglieranno un angolino della propria giornata per scoprire che fine abbia fatto. Se sto bene. Se sono arrivato. Con chi sto. Se i cinesi mi hanno già rubato degli organi e se è vero che hanno fritto anche le sedie. Poi dopodomani qualcuno aspetterà i miei aggiornamenti su Facebook. Poi a poco a poco ognuno tornerà alla propria routine, alle proprie vite. Voi qui e io in Olanda. Lontani, ma neanche tanto.

Perchè se anche non sarò al centro dei vostri pensieri, io lo so che prima o poi daranno in TV o in Radio una canzone di Raffaella Carrà. E a quel punto mi penserete. 

E se mi volete bene, di certo un po’ vi mancherò.

Cat.

le sirene ti parlano di te
quello che eri
come fosse per sempre
le sirene
non hanno coda ne piume
cantando solo di te
l’uomo di ieri
l’uomo che eri
a due passi dal cielo
tutta la vita davanti
tutta la vita intera
e dicono
fermati qua
— Vinicio Capossela

Condizionali che camminano

Quando ero piccolo avevo paura della pubblicità del Nelsen Piatti. C’era una pila enorme di piatti di ceramica e un tizio che li rompeva. Piangevo e urlavo, costringendo i miei a cambiare canale. No, già allora non ero normale.

Se mi chiedessero oggi di indicare con precisione una classifica delle cose di cui la gente ha più paura, non ci metterei però neppure un istante a dare la risposta. Molti risponderebbero “il buio”, “l’ascensore”, “i ragni”, “gli aghi”, “gli insetti”, “Maria de Filippi”, oppure gli andriesi. Io no. Io Risponderei “le scelte”. Oppure la scelta, al singolare. Chi più chi meno, in modi e momenti diversi, ma tutti abbiamo una paura incredibile di prendere delle decisioni.

La nostra vita è un ammasso di “avrei voluto”, “avrei dovuto”, “dovevo dire”, “dovevo fare”, “potevo conoscere”, “mi sarebbe piaciuto”, “e se avessi fatto questo”, “avrei dovuto pensarci prima e così via”. Siamo dei condizionali che camminano, che costellano racconti, pensieri ed esperienze di periodi ipotetici ed imperfetti. Imperfetti, appunto.

La lingua italiana è stata così cattiva da utilizzare lo stesso termine per un tipo di verbo per un aggettivo. E guarda caso l’imperfetto è proprio il tempo che utilizziamo per descrivere le situazioni che potevano essere perfette e che poi, purtroppo, non lo sono più. E perchè non lo sono più? E via di nuovo: “avrei voluto dire”, “avrei dovuto fare” e così via. 

Sto volontariamente enfatizzando il concetto, certo che qualcuno che legge si sentirà perfettamente rispecchiato in questa descrizione mentre invece altri penseranno che io stia scrivendo un mucchio di cazzate. Ma a questa seconda classe chiedo solo di leggere per un attimo dentro di sé e di pensare. Non vi è mai capitato di ponderare per giorni una decisione? Mai? Certamente no.

Ogni qual volta dobbiamo prendere una decisione - ma qui parlo soprattutto di me - ponderiamo pro e contro, analizziamo situazioni, cerchiamo di prevedere, capire, interpretare, comprendere, idealizzando questa scelta, proprio questa, e pensando che si tratti di un bivio decisivo di tutta la nostra esistenza. Cazzate. Ma mettere in pratica un modo diverso di agire è complicato. Complicatissimo.

Perchè facciamo così? Ci ho pensato, e sono anche giunto ad una soluzione. Facciamo fatica a prendere scelte perchè nella nostra vita cominciamo troppo tardi, a farle. Da bambini non scegliamo cosa mangiare, non scegliamo come vestirci, non scegliamo quale scuola frequentare. C’è sempre qualcun altro che sceglie per noi. Alcuni crescono e non scelgono neppure la scuola superiore. Altri hanno persino la sfortuna di avere un percorso indirizzato e non possono scegliere se fare l’Università oppure no. Pensateci: noi non scegliamo neppure il nostro nome. La cosa che ci caratterizza per tutta la vita e che ci distingue dagli altri è una cosa che non dipende da noi. Una scelta che non abbiamo fatto noi.

Provate a proiettare ad oggi la situazione in cui dovete scegliere come chiamarvi. Quanto ci mettereste a scegliere il vostro nome? Ore, giorni. Cazzo, voglio chiamarmi così, no così. Questo mi piace di più. Anzi, no. E via così, pippe mentali infinite. Ovviamente non voglio lamentarmi del mio nome. Cataldo è bellissimo. Si. Ma non penso che l’avrei mai scelto.

Cominciamo troppo tardi a fare delle scelte, ed ogni qual volta ne facciamo una, soprattutto se importante, ci sembra di dover scalare una montagna. Io pondero, tantissimo, decisamente troppo, pondero fino allo sfinimento finché rotto di palle prendo uno strada a caso. Il caso. Splendido. Ed è proprio quello ciò che spesso accade. Non siamo noi a prendere le scelte ma aspettiamo che siano le scelte a venire da noi, col risultato che ci troviamo a percorrere strade che sostanzialmente non dipendono da ciò che noi facciamo e soprattutto - e questo è terribile - ciò che noi vogliamo.

Tra un mese sarò via. Anche lì ho dovuto prendere una scelta. Lì l’ho presa, ponderando, e sono stato felice finalmente di aver preso una decisione netta. Olanda, e basta. E fa niente se in azienda mi faranno un culo così, fa niente se sarò solo, fa niente se non capisco la lingua, se gli olandesi sono antipatici e se il clima fa schifo. Fa niente. Ho scelto. Ma non mi illudo, non penso si tratti di un’inversione di tendenza, perché sto già cominciando a costellare i miei discorsi con “se non dovessi partire farei” , “se non dovessi partirei direi”, “se non dovessi partire vorrei”, “ah, se non fossi dovuto partire, come avrei gestito diversamente questa cosa”. Già, imperfetto. Sempre lui. Proprio come me.

E’ inutile, non cambio, per ora resto un condizionale che cammina. Solo un po’ più alto degli altri. 

Non avere alcuna proprietà
Rinnegare l’anima
Come i sassi e fili d’erba
Non avere identità
— Baustelle, Gli Spietati.
Love is all a matter of timing. If I had lived in another time or place, my story might have had a very different ending.
— Wong-Kar-Wai (2046)
Gli uomini sono artefici del proprio destino: possono commettere sempre gli stessi errori, possono fuggire costantemente da ciò che desiderano, e che magari la vita gli offre in modo generoso; oppure possono abbandonarsi al destino e lottare per i propri sogni accettando il fatto che si presentano sempre nel momento giusto.
— Paulo Coelho
Siamo stanchi di diventare giovani seri, o contenti per forza, o criminali, o nevrotici:
vogliamo ridere, essere innocenti, aspettare qualcosa dalla vita, chiedere, ignorare. Non vogliamo essere subito già così senza sogni.
— Pier Paolo Pasolini.
Accadono cose che sono come domande. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde.
— Alessandro Baricco.
Non ci accorgiamo mai che c’è una pagina nel libro che non riusciamo a capire, la più bianca, la più inutile. E invece è quella per cui tutto è stato scritto. Perché non riusciamo a vederla?
— Stefano Benni.
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